|
|
Falsa
partenza? Scatta la squalifica. E nessuno azzarda piu'
La
commissione tecnica della Federazione internazionale di atletica
ha deciso che la prima falsa partenza porterà alla squalifica.
Quando ho letto la notizia, ho pensato a un amico inglese, trapiantato
in America. Direttore dell' edizione internazionale di Newsweek,
nel momento del boom di Internet decise di mettersi in proprio,con
un sito che forniva informazioni alle aziende. All' inizio, ha
avuto successo. Poi ho saputo che le cose non andavano molto bene.
Fino a quando, giorni fa, mi è arrivato un messaggio di
posta elettronica: "A tutti gli amici e conoscenti. La società,
questa settimana, ha finito i soldi. Il mio numero di telefono
a casa è questo". Falsa partenza, se ce n' è
una.
Ma l' amico angloamericano non è stato squalificato . Ha gareggiato
(onestamente) e ha perso (dignitosamente). Riproverà. Una delle
cose buone dell' America (ne ha anche di meno buone) è questa:
il fallimento non è un marchio d' infamia. Semmai, è una prova
d' audacia. In Italia il fallimento, da quello giudiziario a quello
personale, segna la vita. Chissà quanta gente non è mai partita
per paura di una falsa partenza. Un fallito, in fondo, è qualcuno
che, almeno, ha tentato. Provate, negli Stati Uniti, a raccontare
d' aver passato vent' anni nello stesso posto di lavoro. Non sarete
lodati per la vostra fedeltà: verrete guardati, invece, con sospetto.
Esiste, nella lingua inglese, l' espressione career move. Il termine
non possiede le valenze negative che assume nella traduzione ("mossa
fatta per la carriera"). Una career move è invece una cosa buona,
e la carriera in questione non è limitata a un mestiere. Una comune
career move consiste nel lasciare il lavoro e mettersi a studiare
o a viaggiare per un anno. The Wall Street Journal, tempo fa,
suggeriva ai dirigenti d' azienda di non dimenticare le "altre
cose che sanno fare" (scrivere, trattare coi bambini, parlare
in pubblico). Una di queste attività, sosteneva l' articolo, "potrebbe
segnare una svolta nella vostra carriera". In Italia queste cose
tendiamo a dimenticarle. La nazione che voleva "fare la rivoluzione
col permesso dei carabinieri" (Longanesi) è cresciuta, ma non
è cambiata completamente. Non sono molti quelli che vogliono rischiare
il tutto per tutto. Il nostro sogno è rischiare "qualcosa" per
tutto. Gli ardimentosi italiani hanno spesso una riserva, un paracadute,
un parente, una ruota di scorta.C'
è chi tenta un' attività nuova, ma si guarda bene dal lasciare
quella vecchia (il pubblico impiego è pieno di questi casi).
E
c' è chi annuncia di voler cambiare vita solo quando non può far
altro (il personaggio televisivo al quale non viene rinnovato il
contratto). Kipling, che ammirava quanti hanno il coraggio di "prendere
tutte le proprie vincite e gettarle sul piatto", resterebbe perplesso,
dovesse resuscitare in Italia. Noi infatti abbiamo voglia di vincere,
ma abbiamo più paura di perdere. Quindi, ci accontentiamo di pareggiare.
Non sempre, non tutti: ma quando accade, è un peccato. La nazione
possiede infatti le qualità adatte per osare, le storie di successo
italiane sono, quasi sempre, frutto di coraggio e iniziativa individuale:
imprenditori e investigatori, volontari e missionari, calciatori
partiti per la Scozia e scienziati partiti per l' America. Tutta
gente che non ha avuto timore di una falsa partenza.In una vecchia
canzone, Francesco De Gregori spiega a un ragazzo che non deve aver
paura del calcio di rigore, perché non conta: "Un giocatore si vede
dal coraggio, dall' altruismo e dalla fantasia". È così. Solo chi
non tira i rigori non li sbaglia mai; solo chi non si muove, non
cade al primo passo.
La
falsa partenza è sorella della moderata incoscienza, senza non ci
innamoreremmo, non faremmo bambini, non seguiremmo una vocazione
o un' intuizione, non ci alzeremmo un mattino pronti a traversare
il mondo o la città. Ecco perché non sembra una buona idea una squalifica
alla prima falsa partenza. Se la proposta della commissione tecnica
della Federazione internazionale di atletica verrà approvata, avremo
meno primati e gare più noiose. Se questa regola la trasportassimo
nelle nostre vite, accadrebbe lo stesso. E fuori dagli stadi, è
peggio.
|
|